giovedì 23 luglio 2015

Speaker's Corner: Cristina Cassar Scalia parla de "Le Stanze dello Scirocco"

La settimana scorsa vi parlavo de Le stanze dello scirocco di Cristina Cassar Scalia e oggi l'autrice è tornata a trovarci per rispondere a qualche domanda circa la propria opera.
Enjoy!


Intervista a Cristina Cassar Scalia


autrice de "Le Stanze dello Scirocco"






- Buongiorno Cristina, grazie per aver accettato di essere nuovamente ospite di questa Sala!

Buongiorno Cecilia, grazie a te!


- Chi è Cristina Cassar Scalia?
E’ un’oculista siciliana, nata con la passione per la scrittura, che ha avuto la grande fortuna di vedere realizzato il suo sogno di diventare un’autrice pubblicata.


- Torni in libreria dopo un romanzo d’esordio, La seconda estate, che ha ottenuto un discreto successo essendo stato insignito del Premio Capalbio Opera Prima e tradotto in Francia. Cosa è cambiato rispetto agli esordi?
Innanzitutto il fatto di non essere più un’esordiente. Poi, questo primo anno di esperienza mi ha permesso di guardare il mondo dei libri da una prospettiva per me tutta nuova: quella dello scrittore.  


- Sono evidenti alcune somiglianze tra La Seconda Estate e Le stanze dello scirocco, entrambi sono ambientati su un’isola durante gli anni ’60. E’ stata una scelta precisa oppure dettata dalla passione per il periodo? Si tratta di due storie molto diverse, che tali sono state sin dall’inizio. La Sicilia è un’isola, sì, ma non è assimilabile in alcun modo a Capri.  Ed è la mia terra. Riguardo all’epoca, in questo caso si tratta di un periodo storico che, pur collocandosi alla fine degli anni sessanta, nel 1968 per l’appunto, è assai diverso da quello del romanzo precedente, che si svolgeva in parte nel 62. Direi che il romanzo, in generale, ha poco a che vedere con quello precedente.


- Ne La seconda estate c’è un salto temporale di vent’anni, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. In Le stanze dello scirocco invece l’orologio va più indietro, agli anni della Seconda Guerra Mondiale. Quale periodo fra i tre – gli anni Quaranta, Sessanta e Ottanta – è stato più difficile da raccontare?
Sia gli anni Quaranta che il ’68 sono epoche ricche di avvenimenti importanti, e hanno richiesto uno studio attento. Ma quello della conoscenza e dell’approfondimento, costituisce per me uno degli aspetti più interessanti dello scrivere di cose passate.

- Vittoria Saglimbeni è uno spirito libero e ciò la porta più volte a fare scelte impopolari. Ricorda vagamente un altro tuo personaggio, Olga Valenti. C’è qualche affinità tra le due?
Sono personaggi molto diversi. L’unica affinità che, a pensarci bene, potrei trovare è l’ impegno con cui preservano la loro indipendenza personale.


- Si scorge, nel corso del romanzo, una particolare attenzione a temi sociali: si parla di Don Milani, del dottor Basaglia, di nuovi ideali e viene citato il Concilio Vaticano II. Cosa pensi di tutto ciò e, da medico, che rapporto hai con le case di cura e le tecniche di riabilitazione psichiatrica?
Don Milani fu una figura importante che vale la pena di approfondire, e di cui purtroppo si è sempre parlato poco, soprattutto nelle scuole. Proprio in quegli anni, dopo il Concilio  Vaticano II, si iniziarono a vedere le prime, sparute figure di preti “rivoluzionari”. La chiusura dei manicomi ha costituito un passo avanti importante nella storia della psichiatria. Una rivoluzione di pensiero, che ha modificato  profondamente l’approccio stesso al malato psichiatrico. Questo è potuto avvenire solo grazie al lavoro instancabile e alle strenue lotte che Franco Basaglia ha condotto per più di dieci anni.

-La macchina fotografica riveste un ruolo importante nella narrazione ma gli anni ’60 sono anche gli anni della Pop Art. Cosa pensi dell’arte come fotografia e della fotografia come arte?
Ci sono stati, e ci sono ancora, grandi fotografi la cui arte è paragonabile a quella dei più importanti pittori. Anche Palermo ne annovera qualcuno. Proprio perché è un’arte, a mio parere la fotografia non è un mestiere per tutti.

- Ultima, classica domanda: progetti futuri legati alla scrittura e non?
Faccio l’oculista, e lo faccio con passione, così come con passione non smetterò mai di scrivere. E se qualcuno riterrà i miei prossimi lavori degni di essere pubblicati, spero di non deludere mai i miei lettori, la cui opinione è sempre la più importante.

Ringraziamo Cristina per essere stata nostra ospite e per oggi ci salutiamo.

Buone letture, a presto!

Cecilia

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