mercoledì 22 febbraio 2017

"Qualcosa" di Chiara Gamberale, con le illustrazioni di Tuono Pettinato

Titolo: Qualcosa
Autrice: Chiara Gamberale
Pagine: 192
Prezzo di copertina: 17 euro
Prezzo ebook: 9,99 euro
Editore: Longanesi

Sinossi:
La Principessa Qualcosa di Troppo, fin dalla nascita, rivela di possedere una meravigliosa ma pericolosa caratteristica: non ha limiti, è esagerata in tutto quello che fa. Si muove troppo, piange troppo, ride troppo e, soprattutto, vuole troppo. Ma quando, per la prima volta, un vero dolore la sorprende, la Principessa si ritrova «un buco al posto del cuore». Com’è possibile che proprio lei, abituata a emozioni tanto forti, improvvisamente non ne provi più nessuna? Smarrita, Qualcosa di Troppo prende a vagare per il regno e incontra così il Cavalier Niente che vive da solo in cima a una collina e passa tutto il giorno a «non-fare qualcosa di importante». Grazie a lui, anche la Principessa scopre il valore del «non-fare», del silenzio, perfino della noia: tutto quello da cui è abituata a fuggire. Tanto che, presto, Qualcosa di Troppo si ribella. E si tuffa in Smorfialibro, il nuovo modo di comunicare per cui tutti nel regno sembrano essere impazziti, s’innamora di un Principe sempre allegro, di un Conte sempre triste, di un Duca sempre indignato e, pur di non fermarsi e di non sentire l’insopportabile «nostalgia di Niente» che la perseguita, vive tante, troppe avventure… Fino ad arrivare in un misterioso luogo color pistacchio e capire perché «è il puro fatto di stare al mondo la vera avventura». Chiara Gamberale, abituata a dare voce alla nostra complessità, questa volta si concentra sul rischio che corriamo a volere riempire ossessivamente le nostre vite, anziché fare i conti con chi siamo e che cosa vogliamo. Grazie a un tono sognante e divertito, e al tocco surreale delle illustrazioni di Tuono Pettinato, Qualcosa ci aiuta così a difenderci dal Troppo. Ma, soprattutto, ci invita a fare pace col Niente.



Non c'è due senza tre parte seconda.
La Gamberale è finita nella lista di autrici di cui credevo non avrei letto altro dopo un libro non particolarmente entusiasmante, Le luci nelle case degli altri, ed un altro, Arrivano i pagliacci, mollato alle prime pagine. Durante il recente giro in libreria però, sfogliando questo libriccino dalla copertina rossa con le buffissime illustrazioni di Tuono Pettinato, ne sono rimasta colpita, decidendo di ripiegare sul formato digitale dati i precedenti non esaltanti.
Invece questa volta sono stata smentita da Qualcosa che mi è piaciuta davvero tanto. 
Sotto forma di favola, genere narrativo alla portata di tutti, Chiara Gamberale analizza la situazione contemporanea, tratteggiando una fedele descrizione della nostra società, lunatica, incostante, alla frequente ricerca di Qualcosa che, in realtà, non si sa bene cosa sia.
Della noia produttiva avevo già sentito parlare nel corso di edificanti dibattiti filosofici e letterari ai tempi del liceo; tutti troppo presi dal Fare bulimico, abbiamo dimenticato l'arte del Non Fare per lasciar spazio all'Essere. Le domande esistenziali non ce le poniamo più, definiamo noi stessi in relazione agli altri, perdendo di vista il punto: capirsi è il solo modo per capire, accogliere e non soltanto riempire l'esistenza di sciocchezze.
"L'amore, se proprio dobbiamo usare questa parolona, non è qualcosa che deve risolvere i nostri guai. Anzi, di solito, per quello che non so, è qualcosa che i guai li aumenta.
[...]Tutti gli esserucci umani lo cercano, è vero, ma quasi sempre per il motivo sbagliato.
Cercano l'amore per non rimanere soli. Per farsi riempire lo spazio vuoto. E soprattutto perché non accettano che il puro fatto di stare al mondo la vera avventura."
Alla fine della favola, la morale è sempre tosta eppure, come tutte le lezioni di vita, mira a insegnare ad amarsi davvero, un po' di più perché, quando succedono cose troppo brutte, ci mettiamo un po' ad accettarle, tanto che all'inizio non ci sembrano nemmeno vere.
E mentre la testa prende tempo per capirle, il cuore ci diventa un pezzo di groviera. È così che succede.
[...] Sopporta il buco. Non lo odiare, accarezzalo ogni tanto, ma non ti affezionare troppo. Altrimenti non passerà mai.

lunedì 20 febbraio 2017

"Le nostre anime di notte" di Kent Haruf

Titolo: Le nostre anime di notte
Autore: Kent Haruf
Pagine: 172
Prezzo di copertina: 17 euro
Prezzo ebook: 8,99 euro
Editore: NN

Sinossi:
La storia dolce e coraggiosa di un uomo e una donna che, in età avanzata, si innamorano e riescono a condividere vita, sogni e speranze. Nella cornice familiare di Holt, Colorado, dove sono ambientati tutti i romanzi di Haruf, Addie Moore rende una visita inaspettata a un vicino di casa, Louis Waters. Suo marito è morto anni prima, come la moglie di Louis, e i due si conoscono a vicenda da decenni. La sua proposta è scandalosa ma diretta: vuoi passare le notti da me? I due vivono ormai soli, spesso senza parlare con nessuno. I figli sono lontani e gli amici molto distanti. Inizia così questa storia di amore, coraggio e orgoglio.



Tic tac.
Il tempo scorre e ciascuno, nonostante meridiani, paralleli e altri metodi convenzionali, lo avverte con una percezione propria. 
Lascerò ad altri, ben più qualificati di una ragazza il cui unico titolo, per quel che vale, è l'avere, a volte, qualcosa da dire, un'analisi meticolosa della vita e delle opere di Kent Haruf. Perché quando si parla di questo autore, io cesso di essere obiettiva, semmai lo sono stata nello scrivere su questo blog.
Avrei amato Le nostre anime di notte in ogni caso, come atto di fiducia verso uno scrittore le cui opere hanno saputo starmi accanto ed indicarmi la via quando ne avevo bisogno. 
Con Haruf, infatti, ho imparato la lentezza, la presenza della bellezza poetica nell'ordinarietà in persone, luoghi e tempi dove, prima, non l'avrei mai scorta. 
La caratteristica sobrietà, assenza di polemica se non contro chi ha gusto nel montarla, poesia perfino, ha fatto delle vite alternativamente intrecciate di Addie Moore e Louis Waters, presto impersonati da Jane Fonda e Robert Redford in una produzione Netflix, un inno alla libertà dell'autodeterminazione, soprattutto durante la vecchiaia, che risuonerà per molto tempo. 
Lo scandalo è nell'occhio di chi osserva malignamente che un uomo ed una donna ormai soli, con un'esistenza costellata da lutti e scelte sbagliate, non possano attraversare la notte insieme, starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire.
Comincia così, il capolavoro postumo dell'autore della Trilogia della Pianura, snodandosi come una corsa contro il tempo e i pregiudizi della provincia pettegola e sonnacchiosa, tra semplici dichiarazioni d'amore, pagine autoreferenziali in modo ironico che strapperanno qualche sorriso di tenerezza ai nostalgici della Trilogia slegata di Holt e la vita vera, incurante, imprevedibile, spesso ingenerosa verso uomini come Gene, figlio di Addie, alle prese con il fallimento della sua impresa commerciale e matrimoniale, verso bambini come Jamie, seienne pauroso e piagnucoloso che riuscirà tuttavia a trarre beneficio da un'estate trascorsa nel piccolo borgo sito nella mappa ridisegnata del Colorado Harufiano, verso gli animali come i topi o la cagnetta Bonny, verso gli spiriti liberi nell'animo ma confinati in un corpo fragile e caduco dalle lancette che non smettono di girare, dal pensiero tipicamente provinciale irrinunciabilmente limitato nelle proprie convinzioni affatto progressiste.
Eppure la speranza non smette di brillare, all'unisono con le stelle nel cielo ed il sentimento nei cuori mentre, sconosciute ai più, anime attraversano insieme la notte e tutti i giorni che restano.
Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna. Il cortile, la ghiaia sul vialetto. L'erba. Le notti fresche. Stare al letto al buio a parlare con te.
 [...] Non puoi aggiustare tutto, non ti pare? disse Louis. Ci proviamo sempre. Ma non ci riusciamo.
[..]
Ci divertiremo un sacco a parlare, eh? disse lei
[...]Non abbiamo fretta, disse lui.
No, prendiamoci tutto il tempo che ci serve.

venerdì 17 febbraio 2017

Recensione: "Hai cambiato la mia vita" di Amy Harmon

Titolo: Hai cambiato la mia vita
Autrice: Amy Harmon
Pagine: 384
Prezzo di copertina: 9,90 euro
Prezzo ebook: 4,99 euro
Editore: Newton Compton

Sinossi:
Lo trovarono nel cesto della biancheria di una lavanderia a gettoni: aveva solo un paio di ore di vita. Lo chiamarono Moses. Quando dettero la notizia al telegiornale dissero che era il figlio di una tossicodipendente e che avrebbe avuto problemi di salute. Ho sempre immaginato quel “figlio del crack” con una gigantesca crepa che gli correva lungo il corpicino, come se si fosse rotto mentre nasceva. Sapevo che il crack si riferiva a ben altro, ma quell’immagine si cristallizzò nella mia mente. Forse fu questo ad attrarmi fin dall’inizio. È successo tutto prima che io nascessi, e quando incontrai Moses e mia madre mi raccontò la sua storia, era diventata una notizia vecchia e nessuno voleva avere a che fare con lui. La gente ama i bambini, anche i bambini malati. Anche i figli del crack. Ma i bambini poi crescono e diventano ragazzini e poi adolescenti. Nessuno vuole intorno a sé un adolescente incasinato. E Moses era molto incasinato. Ma era anche affascinante, e molto, molto bello. Stare con lui avrebbe cambiato la mia vita in un modo che non potevo immaginare. Forse sarei dovuta rimanere a distanza di sicurezza. Ma non ci sono riuscita. Così è cominciata una storia fatta di dolore e belle promesse, angoscia e guarigione, vita e morte. La nostra storia, una vera storia d’amore. 



Negli ultimi tempi una costante grafica editoriale sono i volti: facce scontente, smunte, imbronciate, multicolor, in primo piano, di profilo, ruotate nelle angolazioni più improbabili; il tutto è accompagnato da titoli ancora più fuorvianti o impronunciabili oppure standard. Ecco, solitamente la categoria mi repelle, ma ci sono state eccezioni di cui fa parte anche la statunitense Amy Harmon.  
Non ricordo nemmeno più chi o cosa mi abbia spinto a leggere il primo dei suoi romanzi editi qui in Italia, I cento colori del blu - era tempo di Sfumature, circostanza che, combinata ad un gioco di parole con il nome della protagonista di allora, ha prodotto tale resa linguistica -, tuttavia non dimentico la piacevole impressione rimasta a fine lettura nel constatare la presenza di un messaggio significativamente importante riguardante l'adozione, caratteristica elemento distintivo dell'autrice nell'ampia fioritura di un genere che, tra adolescenti in fin di vita e romance mascherati, sembra esser diventato un contenitore multiuso.
Amy Harmon, infatti, non si è mai smentita, mantenendo sempre la barra dritta, nonostante qualche calo narrativo. Non in questo caso, però.
In Hai cambiato la mia vita, pubblicato sul finire di Gennaio, va addirittura oltre il semplice e ben collaudato YA, sfociando nella descrizione di situazioni paranormali.
Dopo una prima parte topica data dall'introduzione e conoscenza dei personaggi, principali e non, - tra loro e con chi legge - leggermente stereotipata, tanto da farmi temere un cambiamento di prospettiva, la vicenda prende una piega interessante ed imprevista: Moses, protagonista maschile bello e dannato, da "figlio del crack", orfano di una tossicodipendente, abbandonato in un fasce in una lavanderia a gettoni, dimostra di essere un genio dell'arte ma questa incredibile dote artistica è prodromo, in realtà, di capacità sensitive, da medium, che lo mettono in contatto con l'Aldilà.
Non erano i morti a ribellarsi alla propria sorte, erano i loro cari. I morti non erano arrabbiati, né smarriti. I vivi, invece, non sapevano dove sbattere la testa.
Dalle crepe di una mente "spezzata" esce il talento, riversandosi sui muri, sotto i ponti, sulle tele; quella che si credeva essere una maledizione si rivela invece un dono che, usato nel migliore dei modi, potrebbe costituire la svolta decisiva necessaria alla scoperta del proprio posto nel mondo.
The Law of Moses, conferma ancora una volta la straordinaria bravura di Amy Harmon come narratrice di situazioni e temi delicati senza scadere in nessun caso nella banalità dei cliché di genere.

sabato 11 febbraio 2017

Recensione: "Sono cose da grandi" di Simona Sparaco

Titolo: Sono cose da grandi
Autrice: Simona Sparaco
Pagine: 98
Prezzo di copertina: 12 euro
Prezzo ebook: 7,99 euro
Editore: Einaudi

Sinossi:
Un giorno, davanti alla televisione, per la prima volta Simona riconosce negli occhi del figlio la paura. E non è la paura catartica delle fiabe, è quella suscitata dalla violenza del mondo. La frase usata fino ad allora per proteggerlo «sono cose da grandi» non funziona piú. Cosí decide di rivolgersi a lui, con semplicità, per dirgli ciò che sulla paura ha imparato. Ma anche per raccontargli la dolcezza di una vita quotidiana a due, tra barattoli pieni di insetti e scatole magiche dove custodire i propri desideri. Scrivendogli scopre la propria fragilità, e in questa fragilità, paradossalmente, una forza. In questo tempo incerto e minaccioso, una madre prova a decifrare il mondo per suo figlio, reinventandolo attraverso i giochi e le storie che crea ogni giorno per lui.



Non c'è due senza tre, i proverbi hanno (quasi) sempre ragione. 
Se me l'avessero fatto notare in relazione ai libri di Simona Sparaco giusto dopo aver terminato, qualche settimana fa, il suo Equazione di un amore, probabilmente lo scetticismo avrebbe prevalso mentre, presuntuosamente, avrei affermato di non voler leggere nessun altra opera dell'autrice in questione. 
Mai dire mai, mi avrebbe redarguita la saggezza del proverbio, a ragione, perché la necessità di letture mordi e fuggi o il periodo che mi rende più lunatica e scostante del solito, mi avrebbero fatta tornare sui miei passi.
Sono cose da grandi la sicurezza, la parvenza d'indistruttibilità, il cipiglio serioso, il compito gravoso di protezione da un mondo liquido, perso, che fa palesare l'Uomo Nero sotto forma di un grande tir bianco durante una festa trasformata in tragedia di peluche sfigurati e scarpette insanguinate.
Una scintilla di paura, proiezione di ciò che di brutto accade o potrebbe accadere, negli occhi di un figlio basta a scatenare l'inquietudine di madre. Che fare, dunque? 
Parlarne, con un linguaggio a misura di bambino oppure trasformare l'opportunità e scriverne, permettendo all'occasione di incontrare il mestiere, vergare parole per mettere a nudo le fragilità di madre, raccoglierle in un libro, una lettera aperta ad un bambino, attendendo il momento in cui sia pronto per leggerla.
Nel frattempo, altri la leggono, immedesimandosi, per quanto possibile, nella madre, intenerendosi alle parole dell'infante che dimostra, ancora una volta, quanto sia inutile diventare grandi se si smette di ascoltare i piccoli.
È nelle cose inaspettate che ci ritroviamo a misurare le nostre capacità di adattamento, a scoprire nuove risorse che non sapevamo di avere. Siamo strumenti musicali anche noi, e nelle mani giuste possiamo rendere molto di più.
Messe da parte le frasi fatte, i principi fisici e le storie di mitologia ed arte che avevano contribuito, in massima parte, alle precedenti freddure da parte mia, Simona Sparaco si rivela capacissima di coniugare profondità, ricchezza di contenuto e d'espressione nel raccontare la vita nelle proprie, numerose, sfaccettature con gli occhi di una madre che la spiega al proprio figlio.
Dicono che l'universo sia cominciato in un punto. Dentro quel punto c'era già tutto, e c'eri anche tu.

martedì 31 gennaio 2017

Gennaio 2017: Le mie letture

Questa non è una rubrica, è un riepilogo delle mie letture; non so se ci sarà ogni mese sul blog perché, come avrete notato, ultimamente sono poco presente. 
E' un periodo convulso, questo, e ciò si riflette sui libri letti - amati, piaciucchiati o mal tollerati che siano stati -, di cui vi ho parlato e non. Ho bisogno, dunque, di fare il punto della situazione; considerate questo post una sorta di post-it virtuale, come quelli che hanno il compito di ricordarti cose importanti ma non sempre riescono nel loro intento.


***



Il primo titolo dell'anno è questione delicata da queste parti e la scelta è stata ben ponderata grazie all'entusiasmo di Tessa  ed alla speranza, vanificata in ultimo dall'influenza, di poter assistere alla presentazione con l'autore che si è tenuta dalle mie parti.
Nonostante ciò, il 2017 è iniziato bene, in tema letterario, con Le otto montagne di Paolo Cognetti: una lettura breve ma intensa, pur non essendo la montagna il mio elemento. 







A seguire, è stato il momento di Fato e Furia di Lauren Groff, sbirciato in libreria perché incuriosita dal gran parlare che se n'è fatto soprattutto oltreoceano, ed arrivato sullo scaffale agli sgoccioli dell'anno passato, unico superstite alla disorganizzazione di Libraccio.
Purtroppo qualcosa non è andata come mi aspettavo e tra me, Lotto, Mathilde ed il resto dei personaggi raccontati dal particolarissimo stile dell'autrice, non è scattata la scintilla.
Stralci di drammi teatrali, citazioni colte ed un paragone quanto mai azzardato con L'amore bugiardo di Gillian Flynn non sono bastati a farmi superare l'avversione per una trama inutilmente intricata con svolte poco credibili e due protagonisti che ricorderò (brevemente) per i (tanti, troppi) difetti più che per le (pochissime) qualità, tanto da non aver buttato giù nemmeno due righe per cercare di approfondire una sensazione d'irritante fastidio da dimenticare al più presto. 



I Cazalet fanno parte delle preziose scoperte letterarie sul finire del 2016; grazie a loro conserverò almeno un ricordo piacevole di un periodo disastroso su tutti gli altri versanti.
Tra i buoni propositi farlocchi d'inizio anno, quello di attendere  almeno Marzo prima di addentrarmi nel terzo capitolo della saga familiare perfetta sostituta del mio amato Downton Abbey e così, per essere stata avida di bellezza d'altri tempi, mi tocca attendere più del previsto per tornare a fare la spola tra il Sussex e Londra del secondo Dopoguerra e perdermici, senza troppa Confusione, ancora per qualche tempo.


Il blocco del lettore è un male frequente tra gli amanti della lettura; se associato ad altri tipi di malessere, può anche peggiorare la situazione. Come è successo a me, che ho cercato la cura laddove non l'avrei mai trovata. Teoremi complessi a spiegazione della natura circostante, freddezza e fragilità li ricordo bene o meglio, non dimentico il senso d'inadeguatezza che mi lasciavano addosso durante tutte le ore trascorse a cercare di capire qualcosa al di là della mia comprensione. Equazione di un amore, fatica recente di Simona Sparaco, tornata da poco tra gli scaffali con un nuovo romanzo, mi ha fatto provare quelle stesse sensazioni che credevo lontane, sebbene qualche volta, come in questo caso, colpiscano a tradimento.
Lea e la sua insoddisfazione per un conto di gioventù in sospeso, Vittorio e la sua perfezione ad ogni costo, Giacomo distante e tormentato sono i protagonisti di un triangolo sbilanciato in partenza. A nulla valgono le buone intenzioni di Bianca, l'amica di sempre, i fioretti, la logica, le promesse infrante e tutto si ripete in un'irritante storia già letta apprezzata però, soltanto, sul finale, severo ma giusto. Sarà che non era il momento oppure il genere o non so cosa, oppure una giustificazione che tenga, forse, in realtà non esiste: così come ogni equazione necessita la formula adeguata per arrivare ad una soluzione corretta, alcuni libri si rivolgono ad un certo tipo di lettore che abbia le giuste chiavi di lettura e, questa volta, una tra le tante, non ho saputo fornire un'esatta applicazione della regola, a metà tra la ragione e il sentimento, dettata qui, per ottenere il risultato previsto.

 Gravidanze, parti, neonati non rientrano tra le categorie di persone/argomenti prediletti: le rare volte mi ci imbatto, dopo accesi dibattimenti, l'interlocutore o interlocutrice di turno, spesso sposato/ a con figli a carico, chiosa con la classica frase paternalistica: "Quando sarai madre, capirai" e lì, un po' per educazione, un po' perché l'aria solenne mista al ghigno soddisfatto mi dà sui nervi e preferisco non replicare piuttosto che rischiare la riserva di pazienza e neuroni rimasti in ulteriori, spiacevoli, battibecchi, preferisco tirare i remi in barca e dileguarmi non appena le circostanze lo consentono.
Allora perché leggere un libro il cui titolo fa espresso riferimento a levatrici, figure che, dalla notte dei tempi, aiutano madri a mettere al mondo figli? 
Non è masochismo o semplice spirito autolesionistico reminiscenza del pessimo cosmico Leopardiano di qualche tempo fa, solo puro interesse derivante da questioni televisive. 
E' noto infatti che Jennifer Worth sia l'autrice della trilogia di memoir  che hanno ispirato la fortunata serie BBC Call the Midwife - Chiamate la levatrice, appunto - narrante la vita delle infermiere londinesi le quali, operando nei sobborghi di Londra negli anni '50, hanno visto nascere generazioni di uomini e donne appartenenti a classi più o meno agiate, dando un significativo contributo nello sviluppo di cure e trattamenti sanitari all'avanguardia in campo medico - ginecologico.
Acquistato tempo addietro e ritrovato per caso, durante una puntigliosa perlustrazione dello scaffale alla ricerca di qualche titolo interessante ma non troppo impegnativo, Chiamate la levatrice mi ha sorpreso per lo stile cronachistico affatto pesante ed il gran numero di informazioni istruttive fornite in quello che non è solo un diario  bensì uno spaccato di vita su un periodo controverso della Storia, mondiale in generale, inglese nel particolare. 
Non so se e quando continuerò con il secondo volume, Tra le vite di Londra, già edito da Sellerio, ma conto di iniziare presto la serie televisiva, memore della buona impressione letteraria.

Ultima lettura terminata di Gennaio, a sorpresa, La figlia femmina, esordio sorprendente di Anna Giurickovic Dato. Breve ma scorrevolissimo nonostante il tema spinoso, ve ne ho parlato QUI.











[Tutte le foto del post le ho scattate io e le trovate sull'account Instagram del blog].

Grazie per l'attenzione e buone letture!

Cecilia

giovedì 26 gennaio 2017

Recensione: "La figlia femmina" di Anna Giurickovic Dato

Titolo: La figlia femmina
Autrice: Anna Giurickovic Dato 
Pagine: 192
Prezzo di copertina: 10 euro
Prezzo ebook: 4,99 euro
Editore: Fazi

Sinossi:
Sensuale come una versione moderna di Lolita, ambiguo come un romanzo di Moravia, La figlia femmina è il duro e sorprendente esordio di Anna Giurickovic Dato.
Ambientato tra Rabat e Roma, il libro racconta una perturbante storia familiare, in cui il rapporto tra Giorgio e sua figlia Maria nasconde un segreto inconfessabile.
A narrare tutto in prima persona è però la moglie e madre Silvia, innamorata di Giorgio e incapace di riconoscere la malattia di cui l’uomo soffre. Mentre osserviamo Maria non prendere sonno la notte, rinunciare alla scuola e alle amicizie, rivoltarsi continuamente contro la madre, crescere dentro un’atmosfera di dolore e sospetto, scopriamo man mano la sottile trama psicologica della vicenda e comprendiamo la colpevole incapacità degli adulti di difendere le fragilità e le debolezze dei propri figli. Quando, dopo la morte misteriosa di Giorgio, madre e figlia si trasferiscono a Roma, Silvia si innamora di un altro uomo, Antonio. Il pranzo organizzato dalla donna per far conoscere il nuovo compagno a sua figlia risveglierà antichi drammi.
Maria è davvero innocente, è veramente la vittima del rapporto con suo padre? Allora perché prova a sedurre per tutto il pomeriggio Antonio sotto gli occhi annichiliti della madre? E la stessa Silvia era davvero ignara di quello che Giorgio imponeva a sua figlia?

La figlia femmina mette in discussione ogni nostra certezza: le vittime sono al contempo carnefici, gli innocenti sono pure colpevoli. È un romanzo forte, che tiene il lettore incollato alla pagina, proprio in virtù di quell’abilità psicologica che ci rivela un’autrice tanto giovane quanto perfettamente consapevole del suo talento letterario.




A primo impatto, questo romanzo mi aveva suscitato alt(r)e aspettative. 
Sarà stata la sinossi, la cover, il titolo, la circostanza che vede l'autrice essere nata a Catania; in Sicilia essere figlie femmine può voler dire molte cose, più in passato, forse, che adesso, eppure una certa mentalità discriminante del gentil sesso, strascico di un retaggio culturale pesante, permane ancora . Pensavo a questo sbagliando e vedendoci giusto al tempo stesso: la verità sta nel mezzo, perché sebbene l'intreccio si svolga tra Rabat, capitale del Marocco e Roma, evidentemente il Male è uguale a sé stesso sempre, ovunque.
Alle famiglie modello credo poco, Silvia però, voce narrante della vicenda , moglie innamorata e madre angosciata, non è del mio stesso avviso: si aggrappa ai ricordi di una vita apparentemente perfetta per riuscire a convivere con il dolore della perdita, sentimento che, per ragioni differenti, alberga anche nella figlia Maria. 
Un'infanzia rubata, un padre padrone ed una donna che, come gli struzzi, mette la testa sotto la sabbia per non vedere l'evidenza la quale, nonostante tutto, la colpirà quando tutto sembra ormai essere dimenticato, durante un pranzo di famiglia ad inaugurare una probabile svolta nell'esistenza; il passato però torna a galla, tra i fumi del vino e, orchestrato da una recitazione studiata ad arte da chi ha imparato a fingere da molto tempo, diviene lampante,agghiacciante ingombrante, fino alla catarsi finale che pone fine al dramma consumato fra Oriente e Occidente: giustizia è stata fatta.
Anna Giurickovic Dato incalza implacabile chi legge il proprio romanzo d'esordio, talvolta con qualche incertezza o dilungamento di troppo, tra flashback brevissimi di un rapporto padre - figlia ambiguo e capitoli narrativi pieni di descrizioni, riferimenti culturali, fragilità che, come cipolle, si riducono infine all'essenza della verità nuda e cruda, quasi incredibile, spogliandosi delle stratificazioni superflue.
"Dio almeno mi crede
Tutti ti crediamo
Tu non mi crederesti mai
A cosa non dovrei credere, Maria?
Che io sono un diavolo.
Tu sei un angioletto, sei una bimba.
Non è vero. Io il diavolo ce l'ho qua.
[...]
Ma non so chi ce l'ha messo, io sono nata così."

lunedì 16 gennaio 2017

Recensione: "Confusione - La Saga dei Cazalet Vol. III" di Elizabeth Jane Howard

Titolo: Confusione
Autrice: Elizabeth Jane Howard
Pagine: 526
Prezzo di copertina: 18,50 euro
Prezzo ebook: 12,99 euro
Editore: Fazi

Sinossi:
È il 1942: da quando abbiamo salutato i Cazalet per l’ultima volta è trascorso un anno. I raid aerei e il razionamento del cibo sono sempre all’ordine del giorno, eppure qualcosa comincia a smuoversi: per le giovani Cazalet la lunga attesa è finita e finalmente Louise, Polly e Clary fanno il loro ingresso nel mondo. Quella che le aspetta è una vita nuova, più moderna e con libertà inedite, soprattutto per le donne. Le cugine si avviano su strade disparate, tutte sospese tra la vecchia morale vittoriana del sacrificio e un costume nuovo, più disinvolto, in cui le donne lavorano e vivono la loro vita amorosa e sessuale senza troppe complicazioni. Mentre Louise si imbarca in un matrimonio prestigioso ma claustrofobico, sul quale incombe l’ingombrante presenza della suocera, Polly e Clary lasciano finalmente le mura di Home Place per trasferirsi a Londra e fare i loro primi passi nell’agognata età adulta, che si rivela ingarbugliata ma appagante. Per quanto riguarda il resto del clan, fra nascite, perdite, matrimoni che vanno in frantumi e relazioni clandestine che si moltiplicano, i Cazalet vanno avanti a testa alta e labbra serrate, sognando, insieme ai loro amici e ai loro amanti, la fine della guerra: «il momento in cui sarebbe iniziata una vita nuova, le famiglie si sarebbero ricongiunte, la democrazia avrebbe prevalso e le ingiustizie sociali sarebbero state sanate in blocco». Ormai ci sembra di conoscerli personalmente, e non possiamo che attendere insieme a loro quel momento. Nel frattempo, godiamoci i colpi di scena di Confusione, che ci lasceranno senza fiato.



Ebbene sì, ho ceduto. Più o meno inconsciamente, sapevo che l'avrei fatto quando, durante la prima sortita in libreria dell'anno, in mezzo a variopinte pile prese d'assalto da adolescenti in preda all'After mania, di fianco ad attempate lettrici di Clara Sanchez, ho scovato, in un angolino, ultima copia ammaccata, il terzo capitolo della saga di quelli che sono divenuti, oramai, i miei cari Cazalet, stringendola al petto, in barba ai buoni propositi - mai rispettati, -allo scaffale materiale e digitale straripante di titoli in attesa, sono andata in Confusione.
Saga familiare più corale che mai,qui, si raccontano gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, con un ampio respiro narrativo;pur registrando un calo di ritmo,atteso, rispetto ai precedenti, non mancano le lacrime, le svolte inaspettate, i giri di volta, i rovesci di fortuna. Il fronte è lontano dal Sussex ma le bombe arrivano a Londra, location principale del romanzo. 
Le giovani Cazalet si affacciano all'età adulta, chi imbarcandosi nell'avventura matrimoniale, chi cercando invece la propria indipendenza. 
Abbiamo fatto esercizio. [...]Ormai ci siamo abituati.
Ho imparato che è molto pericoloso abituarsi alle cose.
A qualunque cosa?
Sì, a qualunque cosa. Si smette di farci caso, oppure, peggio ancora, ci si crea l'occasione di aver fatto una conquista.
Io non mi sento così.
Davvero?
Credo che ad alcune cose ci si possa abituare senza smettere di pensarci.
La famiglia, molto segnata nei rapporti, nelle abitudini, dalle circostanze, acquista nel tempo una consapevolezza nuova che la preparano al periodo post -bellico, esplorato nei capitoli successivi della saga, di prossima pubblicazione in Italia.
Elizabeth Jane Howard conferma la propria bravura nel narrare storie di uomini e donne in maniera disinvolta, affatto patetica o eccessiva, dando vita ad interrogativi moderni, alcuni perfino di scottante attualità.
Ma, Mrs Cazalet, stanno già affrontando la realtà[...] Ognuno [...] pensa di fare questo per l'altro. Non mi sogno nemmeno di immischiarmi. Ognuno di loro pensa che questa sia l'ultima cosa che può fare per l'altro, capisce?